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“Con 5G anche industria e servizi investiranno nelle reti”

Parla Antonio Sassano, docente della Sapienza di Roma, presidente della fondazione Bordoni ed esperto di 5G: “Serve un sistema aperto e orizzontale, sul modello tedesco”. “Il PNRR aiuterà molto ma la rivoluzione è che per la prima volta i service provider possono investire nelle infrastrutture tecnologiche e non solo utilizzarle”

Un sistema orizzontale, realizzato attraverso un co-investimento distribuito sul territorio e che veda coinvolti non solo il pubblico e le telco ma anche i service provider, ossia tutti gli attori, anche privati e locali, che forniscono servizi: imprese, utilities, autostrade, porti, la stessa manifattura, che già produce oggetti connessi, “beni-servizio” come automobili senza conducente, tv intelligenti, etc. Così andrebbe fatta la rivoluzione 5G secondo Antonio Sassano, docente alla Sapienza di Roma, che sullo sviluppo delle reti ha un’esperienza che va dalla presidenza dell’organo di vigilanza per la parità di accesso alla rete Telecom Italia (fino al 2017) alla realizzazione, come consulente Agcom, del piano delle frequenze televisive in tecnologia digitale. “Servirebbe – ha spiegato l’esperto al Festival dell’Economia di Trento – un approccio non più top down, cioè con lo Stato che gestisce il 5G come una parte dell’intera rete, ma bottom up, cioè aperto, neutrale, dove i service provider e cioè aziende, utilities, fabbriche investono e gestiscono reti-servizio locali, distribuite sul territorio e che vanno a comporre un ecosistema digitale orizzontale, indipendente dalla rete pubblica”.

Per fare un esempio: il 5G abiliterà l’auto a guida autonoma, dunque il gestore di quella parte di rete necessaria a fornire quel servizio sarebbe direttamente la casa automobilistica. In questo modo secondo Sassano le imprese potranno anche gestire meglio i dati e il problema della cybersecurity, che nel mondo che sarà rimodulato dal 5G riguarderà non più soltanto i dati sensibili delle persone e la loro privacy, ma i dati sulla produzione, i cosiddetti e importantissimi segreti industriali, che un modello di rete solo pubblica non potrebbe garantire. “Con il 5G ad essere connesse non saranno più solo le persone ma soprattutto gli oggetti – prosegue Sassano -, è la tecnologia che abilita l’Intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, la robotica, la telemedicina, l’auto a guida autonoma, la smart tv. Sono gli oggetti i nuovi “clienti”, sono gli oggetti che comunicheranno tra loro. Si chiama materializzazione di Internet“. Il coinvolgimento dei service provider nella stessa fase di investimento e di realizzazione dell’infrastruttura tecnologica sarebbe una novità assoluta: “Nella storia non è mai accaduto. Di solito le aziende si limitano a pagare per utilizzare la rete. Ma in Germania questa novità è già in atto”.

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“I tedeschi – spiega il professore – hanno messo a gara più frequenze 5G di noi, che comunque da ultimo abbiamo messo a disposizione 6,5 miliardi per porzioni di spettro di ultima generazione, compresa la banda tv. In Germania però hanno anche riservato una parte delle frequenze in bando proprio ai service provider: è già nato un ecosistema di oltre 100 realtà, tra le quali non ci sono solo telco ma anche Pmi e grandi aziende di vari settori. Ad esempio il porto di Amburgo si è affidato a Vodafone per digitalizzarsi, ma altre realtà hanno fatto da sé”. E in Italia lo Stato cosa ha fatto e cosa può fare? “Intanto – risponde Sassano – lo Stato mette a disposizione le frequenze e già questo non è poco, visto che parliamo di miliardi di euro. Finora ha fatto il possibile perché mancavano le risorse, ma ora il PNRR sarà un game changer, a patto che si segua un modello sulla falsariga di quello tedesco”. Cioè evitare una rete troppo verticale, gestita solo dal pubblico o dalle telco. “E’ anche un’opportunità: nel 2020 nel mondo c’erano già 20 miliardi di oggetti connessi e saranno sempre di più. Pensiamo alle fabbriche, all’Industria 4.0, ma anche a porti, autostrade. La loro digitalizzazione non sarebbe più a carico delle sole telco. Se non lo facciamo anche in Italia, le aziende estere ci colonizzeranno tecnologicamente”.

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