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Dichiarata inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 17 comma 1 del DLgs. 112/99, recante la disciplina dell’aggio sulla riscossione delle entrate pubbliche, ma con un forte invito al legislatore a non rimandare più la riforma del sistema. È quanto si ricava dalla sentenza n. 120 depositata ieri dalla Corte Costituzionale. La disposizione censurata, applicabile ratione temporis, disponeva che “[l’]attività degli agenti della riscossione è remunerata con un aggio, pari al nove [otto] per cento delle somme iscritte a ruolo riscosse e dei relativi interessi di mora e che è a carico del debitore: a) in misura del 4,65 per cento delle somme iscritte a ruolo, in caso di pagamento entro il sessantesimo giorno dalla notifica della cartella. In tal caso, la restante parte dell’aggio è a carico dell’ente creditore; b) integralmente, in caso contrario”. Il sistema, come rilevato dalla stessa Consulta, è rimasto sostanzialmente invariato dopo la riforma del menzionato art. 17 (le percentuali sono ora del 3% e del 6%). Numerosi i punti di contrasto rilevati dalla remittente. L’art. 3 Cost., sotto diversi profili: la previsione di un aggio pari a una percentuale fissa delle somme riscosse irragionevolmente non consentirebbe di commisurare la remunerazione dell’agente di riscossione al costo effettivo del servizio, tanto che l’aggio sarebbe dovuto anche in assenza di costi, la mancanza di un tetto massimo e uno minimo e la circostanza che i compensi maturerebbero anche in relazione a voci accessorie (come gli interessi di mora) che nulla avrebbero a che fare con la pretesa tributaria. L’art. 23 Cost. (principio della riserva di legge), in quanto i compensi di riscossione, perché non commisurati ai costi del servizio, costituirebbero prestazioni patrimoniali imposte rispetto alle quali il legislatore non avrebbe individuato il presupposto (oneri a carico del contribuente) e la misura della prestazione (costo dell’esecuzione coattiva). L’art. 24 Cost., stante l’impossibilità di rendere conosciute o conoscibili al contribuente le effettive attività esecutive. L’art. 53 Cost., anch’esso sotto molteplici aspetti: l’imposizione tributaria aumentata dei compensi per la riscossione non è parametrata al potere del cittadino di concorrere alle spese pubbliche con la propria redditività, ma alle imposte dovute dallo stesso, che per loro natura non potrebbero mai essere indici di ricchezza. L’art. 76 Cost., con riferimento alla L. n. 337/98, che aveva delegato il Governo ad adottare un decreto legislativo che prevedesse un sistema di compensi collegati alle somme iscritte a ruolo effettivamente riscosse, alla tempestività della riscossione e ai costi della riscossione. Infine l’art. 97 Cost., in relazione al rischio del contribuente di essere onerato da costi ingenti per azioni inutili (inesistenza di beni da aggredire) o eccessivamente dispendiose, considerando inoltre l’inefficienza del servizio, anche alla luce del fatto che Equitalia spa non assume alcun rischio d’impresa per la mancata riscossione delle imposte iscritte a ruolo dall’Ufficio finanziario (grazie al diritto di discarico per inesigibilità ex art. 19 del DLgs. 112/99). La Consulta, nel dichiarare inammissibile la questione, ha però colto l’occasione per evidenziare numerose criticità. Innanzitutto, è criticabile la scelta di addossare i costi complessivi della riscossione anziché sulla fiscalità generale (i contribuenti in regola) sui soggetti “morosi”, compresi coloro che, raggiunti da una cartella di pagamento, adempiono nel termine di sessanta giorni dalla notifica e quelli che decidono di ricorrere per contestare la correttezza della pretesa tributaria e assolvono l’esecuzione provvisoria. Così ragionando si addossa su una limitata platea di contribuenti il peso di una solidarietà né proporzionata, né ragionevole, perché originata, in realtà, dall’ingente costo della sostanziale impotenza dello Stato a riscuotere i propri crediti. Addirittura, viene “ventilato” il superamento del sistema dell’aggio, ora che gran parte dell’attività di riscossione è in mano pubblica, e non più affidata a concessionari privati. Del resto, l’aggio, anche in Italia, è stato per diversi anni non a carico dei contribuenti ma degli enti destinatari delle somme riscosse, sia pure in un contesto in cui la riscossione era gestita da privati. L’inefficienza della riscossione rischia di compromettere, dunque, il dovere tributario, che trova tutela negli artt. 2 e 3 Cost. (cfr. Corte Cost. nn. 45/63 e 288/2019). Tuttavia le modalità di riforma atte a garantire un efficiente funzionamento della riscossione coattiva devono essere rimesse, in prima battuta, alla discrezionalità del legislatore, secondo uno spettro di possibilità che varia, tra l’altro, dalla fiscalizzazione degli oneri della riscossione – come avvenuto nei principali Paesi europei (Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna) – a soluzioni anche miste, che prevedano criteri e limiti adeguati per la determinazione di un “aggio” proporzionato.

11 giugno 2021 / Alice BOANO

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